Devo ammetterlo, negli ultimi anni faccio fatica a leggere i nostri quotidiani. Poi ieri è spuntata la didascalia d'autore sul magazine del Corriere, firmata da Erri De Luca, che a mio parere non delude, almeno nella sostanza, e racconta la sfida dei monaci tibetani.

"Il Tibet è un altipiano spalmato a quattromila metri di altitudine media che produce orzo e buddhismo. Orzo perché non c'è bisogno di cuocerlo e lassù manca combustibile a legno o a carbone. Buddhismo perché è quello che resiste meglio all'alta quota delle privazioni.
Il Tibet ha una storia molto sconfitta che ha spinto all'azione politica le autorità religiose e i monaci, il più leggendario è Milarepa, santo, mago e poeta.
E poetica, magica e santa è la resistenza dei monaci di oggi insorti sotto il calcagno dei cinesi per la centesima volta. Non è vero che chiedono aiuto al mondo, che comunque tergiversa circa una spedizione di sue truppe olimpiche alla fiera quadriennale del professionismo sportivo.
I tibetani sono soli da sempre e non hanno petrolio per attirare le spedizioni militari delle democrazie. I nuovi padroni paperoni del mondo, oggi dati per vice, sequestrano perfino l'Everest, su tutti e due i versanti, per portarci su una fiaccoletta a combustibile speciale, che brucia in scarsità di ossigeno. Di scarsità di ossigeno soffre la politica del mondo e il Tibet è un buon laboratorio perché è abituato a fare senza".

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